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Articolo di G. FIORITO del 09/05/2011 13:31:50
Tutta colpa di calciopoli. Prologo

 

Mio zio, uno Juventino

“Quello che conta nella vita è amare e farsi ricordare”. E’ il motto di mio zio, un vecchio tifoso juventino che ha passato da sette primavere gli ottanta. Mio zio ha insegnato educazione fisica e per tanti anni è stato vicino ai giovani come “maestro e compagno di gioco”, così gli piace ripetere, vantandosi di essere stato considerato dai suoi concittadini “un altro Borel II”. Un giorno mi ha raccontato una storia antica e semplice che sembra rubata al libro Cuore. Qualche anno prima dell’inizio della seconda guerra mondiale si giocò a Misterbianco una partita molto particolare. A contendersi la vittoria la squadra giovanile del “duca”, che sponsorizzava anche il “Catania” e quella dei ragazzini del paese, sponsorizzata da nessuno, della quale faceva parte anche mio zio. La partita fu giocata in campo libero, in fondo ad una delle vie principali del paese, là dove la strada finiva e il terreno era incolto e a malapena spianato. Su quelle pietre polverose i “big” si presentarono “in perfetta tenuta calcistica”, mentre la squadra di mio zio era in evidente e umiliante imbarazzo per via dell’altrettanto imperfetta, anzi inesistente tenuta di gioco. Immaginatevi una compagine di undici ragazzini fieri e un poco arroganti, con le loro scarpe nuove e le loro magliette e calzoncini fiammanti, schernire un gruppetto di mocciosi con le braghe rattoppate e i piedi nel migliore dei casi infilati in un paio di scarpe risuolate già appartenute ai fratelli più anziani. Qualcuno ha le bretelle rotte e i calzoni che ciondolano da una parte, mentre la casacca marinara è troppo corta per ricoprire tutto intero il ventre. Qualcun altro ha i piedi scalzi e in fondo un poco se ne vergogna e un poco pensa che è meglio così, perché le scarpe non le ha mai portate e gli fanno male ai piedi. Guardano un poco in cagnesco quegli altri e il timore si dipinge sui visetti sporchi di terra e di fango. Per poco una lacrima non solca le gote rosse come arance sanguinelle dell’Etna e il più piccino quasi ha in animo di scappare a casa dalla mamma. Incutono rispetto quelle divise nuove in un mondo che sa ancora di piccolo e antico, nel quale i colori sono un lusso per pochi ricchi. Poco importa, la pellicola gira in bianco e nero sul nastro dei ricordi. Il fischio d’inizio tronca i pensieri e la mischia si accende furiosa in mezzo alla polvere e ai graffi. Quelli non solo si sono vestiti bene, ma hanno anche un allenatore vero. Le reti fioccano da una parte e dall’altra. La gente che ha raggiunto il piccolo stadio improvvisato fa ressa attorno al campo e grida forte. E’ una bolgia infernale, nessuno ci sta a perdere e ognuno vuole fare la sua parte. Il pallone rimbalza e accarezza le porte segnate dai grossi massi di lava nera bruciata dal sole. Rotola e carambola in mezzo a quei piedi assetati di gloria, tra tutte quelle giovani promesse che tra poco la sorte costringerà a giocarsi la vita dentro la guerra più brutta che il mondo abbia visto. Ma oggi si gioca. L’imperativo è vincere. Relegare a un pallone i sogni. E’ correre e fare tesoro degli errori dell’avversario, più forte e più preparato. Un goal dopo l’altro si arriva al fischio finale. 8 a 7. La gente impazzisce e pare d’avere rivinto i mondiali. Gioia e sorpresa per tutti i presenti. Quegli undici che sembravano spacciati hanno serrato i denti e hanno messo dentro le scarpe rotte e i piedi nudi tutta la rabbia del mondo, tutta la grinta e tutto il fiato che era dentro ai polmoni. Hanno vinto. I piccoli eroi senza divisa, i ragazzi poveri che non avevano niente hanno portato a casa la vittoria. Ce l’hanno fatta. A volte il coraggio è più importante di tutto e l’unione fa la forza. La vita ha ancora un sapore antico di libro Cuore, di sentimenti veri, di lotte che lasciano fuori dalla porta dell’anima gli appetiti materialistici che negano allo sport il suo significato più autentico. La sfida può essere vinta anche contro l’avversario più forte, con la voglia strepitosa e inarrestabile di giocare e vincere, di arrivare dove soltanto il cuore sa fare. Sacrificio, passione, volontà di riscatto, come in un sogno accaldato e grondante sudore che ha il diritto di diventare realtà.
 
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