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Articolo di G. FIORITO del 15/05/2011 14:13:58
Tutta colpa di calciopoli. 1°, Juventus Juventus

 

Una parola, una certezza, un amore. Qualcuno afferma che sia un modo di essere, uno stile, una scelta di vita. Per me non è così. Io sono nata nel 1964 e ho trascorso la mia vita in provincia di Catania. Non sono di certo io che l’ho scelta, ma è la Juventus che ha scelto me, come le migliaia di ragazzini miei conterranei che oggi hanno più di quarant’anni e condividono con me questa passione incontrastabile e meravigliosa. La storia della Juventus degli anni settanta è la storia del calcio italiano e dei campioni che ne sono stati i protagonisti. A partire dalla finale giocata due volte degli Europei del 1968, vinta con un due a zero che porta la firma di Pietro Anastasi. Credo sia da attribuire a lui non solo l’unica conquista di una coppa stregata per la nazionale azzurra, ma il tatuaggio bianconero che molti catanesi e gran parte dei siciliani della mia generazione portano indelebilmente stampato sulla pelle. Erano gli anni in cui il mondo aveva preso l’abitudine di entrare nelle case della gente. Ricordo mio padre davanti alla televisione che rimane sveglio a guardare lo sbarco sulla luna. E l’indimenticabile Mexico 70, una sigla legata in modo singolare ad una partita che tutti abbiamo visto e rivisto, anche attraverso un noto film, ma che nel mio immaginario rimanda al mio mondo di scolaretta, a causa di certi quaderni che sulle copertine esibivano formazioni e risultati di quell’evento sportivo. Il 30 maggio 1973 la Juventus disputò la sua prima finale di Coppa Campioni contro l’Ajax delle tre vittorie consecutive, perdendo per 1 a 0 con una rete di Rep al 4’. L’Ajax schierò: Stuy; Suurbier; Hulshoff; Blankenburg; Krol; Neeskens; Mühren; Haan; Rep; Cruijff; Keizer. Allenatore: Stefan Kovacs. La Juventus: Zoff; Marchetti; Longobucco; Furino; Morini; Salvadore; Causio (Cuccureddu); Capello; Anastasi; Altafini; Bettega (Haller). Allenatore: Cestmír Vycpálek. Ai sedicesimi aveva superato il Marsiglia e agli ottavi il Magdeburgo; ai quarti l’Ujpesti e in semifinale il Derby County. Questa è la “mia” prima Juventus, la prima della quale riesco a ricordare la formazione . Nel 1974 invece è mio zio che segue i mondiali, perché sono ospite nella sua casa e mio padre si sta spegnendo in ospedale. Mio zio lo chiamano “Il Professore”, perché ha insegnato per molti anni educazione fisica presso le scuole medie di vari paesi etnei ed è un grandissimo appassionato di sport e di calcio. Cita a memoria le formazioni delle nazionali azzurre vincitrici dei mondiali del 1934 e del 1938 ed ha una grande stima di Alessandro Del Piero. Le sue tre figlie probabilmente non distinguono la differenza tra un pallone di cuoio e uno aerostatico, ma io so che ho preso da lui. E lo ha fatto anche Carmelo, il figlio di mia cugina Simona. Tre generazioni. Un arco di tempo che parte dal primo ventennio del ‘900 e attraversa il secolo scavalcandolo nel terzo millennio. Nel segno di una grande passione: la Juventus. C’era una volta la televisione che si accendeva solo nel pomeriggio, quando iniziava la Tivù per i più piccini e Per i ragazzi. Il sabato alle 13:00, quando si rientrava in fretta dalla scuola per non perdersi Oggi le comiche. Calcio, ciclismo, motociclismo e in genere tutte le competizioni sportive olimpioniche andavano in onda “fuori orario” e costituivano un vero e proprio avvenimento. Anni dal mio punto di vista irripetibili, specialmente quando fu deciso di inaugurare l’era dell’”austerità”, che detto così rimanda a preoccupazioni non da poco sulla crisi energetica sempre latente, ma che per me aveva proprio un sapore di festa. L’assenza di automobili per le strade era un toccasana per i bambini e un motivo straordinario di gioco, poiché le escursioni in bici si moltiplicavano e gli ampi marciapiedi sotto casa non costituivano più l’esigua riserva chiusa entro la quale rincorrersi acchiappa acchiappa e a libera compagni, far rotolare palle avvelenate e prigioniere, sperimentare la pallavolo tantissimo in voga e i sempreverdi balla balla e nascondino. Un giorno con mio fratello ci spingemmo addirittura fino al cimitero, una delle zone periferiche del paese ed essendo stati notati da un imbianchino che aveva avuto da lavorare in casa nostra, nacque una difficile questione sul comportamento da tenere con i nostri genitori. Mio fratello perorava l’ipotesi a): tacere confidando nel silenzio del conoscente. Io l’ipotesi b): confessare la monelleria e sperare nella clemenza per evitare il castigo. In virtù della maggiore età mi assunsi la responsabilità della decisione e arrivò il perdono a porre fine alla nostra colpevole angoscia. Le punizioni corporali non erano ancora oggetto di discussioni sulla loro effettiva utilità. Per mia madre, almeno. Mio fratello, nella sua qualità invidiabilissima di maschio, è stato sempre più fortunato. Ha potuto fare cose a me vietate per la mia deplorevole condizione di femmina. Una di queste era indossare i completi della Juventus, che mio padre gli comprava su misura nel negozio di articoli sportivi più famoso di Catania. Insieme con scarpette chiodate e un pallone così duro che ogni tanto bisognava gonfiarlo un’altra volta. Pantaloncini bianchi e maglietta a righe verticali bianche e nere con un numero sulle spalle rimanevano per me inutilmente desiderabili. Ma neanche a vederli in televisione ci si poteva sbagliare. Le partite e 90° Minuto andavano in onda rigorosamente in bianco e nero, eppure quei colori rimanevano inalterati. Il giorno della prima gita scolastica fu addirittura memorabile. Ci portarono nella campagna del padre di Rita per festeggiare la fine dell’anno didattico e si improvvisò una partita di calcio. Seconda elementare. Il mio compagno di banco era Nino, uno dei gemelli, juventino come il suo omonimo. L’altro gemello era Nuccio, interista come Giovanni. Questi quattro approntarono gli schieramenti, che come volevasi dimostrare furono l’uno bianconero e l’altro nerazzurro. Capite che al cuore non si comanda e puntai su Nino. Già allora si parlava di derby d’Italia e l’agonismo divideva le tifoserie fin dalla più tenera età. Senonché, quella banderuola di mio fratello aveva cercato di passare dalla parte dell’Inter solo perché c’era sfuggito uno scudetto tra il 1971 e il 1975. Di sicuro istigato dal regalo di compleanno di qualche subdolo amichetto: un libriccino con la copertina rossa con raffigurato un giocatore che tirava un calcio ad un pallone. Strano davvero che una juventina come me dovesse apprendere tutto quello che c’era da sapere da Sandro Mazzola vi insegna il calcio, ma fu necessario volendo capirci qualcosa di quei termini indecifrabili che i giornalisti sportivi usavano durante le telecronache e le sintesi delle partite. Quel furbone dell’autore aveva addirittura avuto l’idea di elencarli come in un vocabolario. Adesso il corner e il dribbling non erano più degli enigmi e ad ogni nuovo dubbio o curiosità potevo sempre aspettare che mio fratello uscisse e chiudere in fretta Sara Grewe, reginella prigioniera o Il giardino incantato per andare a frugare tra i misteri del fazzoletto verde. Specialmente ora che invece del poster di Anastasi, mio fratello aveva appeso in camera quello di Bettega e mia madre non diceva più che era così brutto da spaventarsi ogni volta che lo vedeva. Roberto lo chiamavano Bobby-gol perché era bravissimo a segnare e io me lo sognavo tutte le notti che lo curavo, quando stava male per quella terribile infezione ai polmoni. Contende a Gianni Morandi il titolo del mio primo amore, ma lui non riesco proprio a dimenticarlo.
 
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