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sabato 27/05/17, ore 18,00
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Articolo di G. FIORITO del 08/01/2013 13:37:27
Tutta colpa di calciopoli. 14° L’altra Calciopoli

 

Parte I - Genesi e sviluppi

5) - Le intercettazioni c’erano. Anche il cavallo di Troia

Lo capisco, non è facile seguire il filo per chi in questi anni non ha osservato da vicino il dipanarsi delle matasse. Lo è ancora di meno adesso che il tessuto si è trasformato in un jacquard e i gomitoli si sono ingarbugliati, rendendo più comprensibile la trama per la dovizia dei particolari aggiunti, ma più arduo il lavoro di composizione dei tasselli.
Questo altro tuffo nel passato però è d’obbligo, se vogliamo procedere a un tentativo di esporre il flusso di accadimenti generati dalla primavera del 2010.
Un crescendo di sorprese e svolte che a stento si riesce a inquadrare, ma che suscita molti interrogativi e auspica molte risposte. Alcuni dei primi miracolosamente giunti a destinazione. Qualcuna delle seconde pigre al cospetto di quelle che ci rifilarono con una dannatissima fretta nell’estate del 2006.
Danilo Nucini riferisce nell’autunno del 2006 a Borrelli di essere stato contattato, quando era un arbitro in attività, da Fabiani in due diverse occasioni e a distanza di sei mesi nel 2003. Il 25 marzo e il 25 settembre. Nella seconda occasione, dopo un rocambolesco giro in macchina degno di un film di spionaggio, sarebbe avvenuto un incontro con Moggi presso l’hotel Concord di Torino, nel corso del quale l’ex DG della Juve avrebbe chiamato i designatori arbitrali e lo avrebbe invitato a manifestare loro amicizia in cambio di una rapida ascesa in carriera come arbitro.
In questa occasione, Fabiani gli avrebbe consegnato una scheda telefonica nuova TIM, della quale però inspiegabilmente si sarebbe disfatto, nonostante si trattasse di una prova schiacciante.
Per ricordarsene improvvisamente il numero otto anni dopo, ripescandolo da appunti. Come emerge nel corso dell’udienza del 15 marzo 2011 presso il tribunale di Napoli.
A mettere in dubbio ancora una volta l’attendibilità di questo teste ci pensa l’avvocato Prioreschi, dimostrando che la scheda telefonica della quale parla Nucini non poteva essere imballata se l’utenza era già attiva dal maggio 2003, come risulta da controlli fatti eseguire dalla difesa.
Dalle diverse versioni rese del presunto accaduto, sembra che sia proprio il timore di non poter dimostrare il fatto che innesca una strana reazione a catena.
Da tempo amico di Facchetti e in rapporti stretti e confidenziali con lui, come dichiara sempre nel corso della citata udienza, da quando in un Inter Udinese del campionato 2001/’02 risparmiò un’ammonizione a Di Biagio ricevendo i suoi ringraziamenti, Nucini si precipita a raccontargli l’accaduto, piuttosto che recarsi con la prova, cioè la scheda telefonica dai carabinieri o alla polizia. Mentre Moratti, venuto a conoscenza di tutta la faccenda, a sua volta non opta per una denuncia in procura, o forse sì, però chiama Tavaroli, responsabile della sicurezza di Telecom, per tutelare Facchetti, stando alle dichiarazioni rese a Borrelli.
Tavaroli, dal canto suo, dichiara alla procura di Milano nell’ambito del processo Telecom e alla trasmissione di Telelombardia “Sotto lo Stadio”, condotta da Fabio Ravezzani, di essere stato contattato alla fine del 2002 presso la sede della SARAS proprio da Facchetti e Moratti, che curiosamente gli riferiscono l’episodio che avverrà quasi un anno dopo. Non solo, ma nei primi mesi del 2002 si ha notizia del dossier Ladroni, che secondo il presidente dell’Inter Tavaroli e l’investigatore Cipriani avrebbero redatto per proprio conto. Sebbene presso una società estera di Cipriani siano stati trovati riscontri di pagamenti eseguiti a nome della società nerazzurra.
In questo guazzabuglio, emerge un’altra dichiarazione di rilievo fornita da Nucini il 15 marzo a Napoli, che ha il sapore di una confessione: l’attività svolta per conto di Facchetti, del quale si è definito in una celebre intervista del maggio 2006 al giornalista Mensurati di Repubblica “il cavallo di Troia per portare alla luce il malessere del calcio”, è stata ricompensata dal dirigente interista e da Paolillo, oggi direttore generale dell’Inter, con colloqui di lavoro presso importanti istituti bancari.
Le affermazioni di Nucini hanno avuto la pretesa di essere dimostrate da un memoriale di Giacinto Facchetti che il figlio Gianfelice ha portato in aula. In esso si evidenziano sospetti e riflessioni, niente più che questo, intorno a uno strapotere di Juventus e Milan conquistato fuori dalle regole. Non è stato acquisito agli atti del processo, perché giudicato un de relato e mancante della firma del presunto autore.
Ambiguo il comportamento di Moratti, che non solo commette con Borrelli l’errore di alterare le date dell’incontro con Tavaroli rispetto al citato episodio del Concord e al dossier Ladroni, ma, come osserva il giornalista Paolo Bernacchio, non avrà remore in Consiglio di Lega a promettere di schierarsi con Sensi, per poi rimanere ancorato alla Juventus e al Milan.
Nessuno dei protagonisti della vicenda legata ai dossieraggi ha mai chiarito perché la procura di Milano abbia aperto a suo tempo un fascicolo. Nucini testimonia a Napoli il 15 marzo che si recò a fare una chiacchierata di calcio con la Boccassini, ma rimane il mistero su chi sporse denuncia.
E’ importante svelarlo, perché i dirigenti dell’Inter avrebbero violato la clausola compromissoria se lo avessero fatto senza preavvertire la FIGC, come da regolamento. Gli stessi dirigenti interisti avrebbero svolto indagini per proprio conto, facendo spiare e pedinare esponenti del mondo del calcio, tra i quali l’arbitro De Santis e Bobo Vieri.
L'ex calciatore ha fatto partire un processo nel quale chiede un risarcimento di oltre 20 milioni di euro, ritenendo la società nerazzurra responsabile, quando nell’ottobre del 2006 venne a conoscenza di questi fatti, di una depressione che gli avrebbe stroncato la carriera e fatto perdere, in seguito alle notizie diffuse dai giornali, contratti significativi con alcune società di calcio straniere.
Nell'ottobre 2011 l'ex arbitro De Santis si è reso promotore di una vertenza contro l'Inter per essere stato illegalmente spiato e dossierato, non avendo ottenuto risposta alla raccomandata già fatta pervenire al club il 15 settembre 2010, con la quale chiedeva un congruo risarcimento per la violazione dei suoi diritti privati. Il 13 marzo 2012 è stato avviato il processo e l’Inter, attraverso i suoi legali, ha subito eccepito “l'intervenuta prescrizione del diritto al risarcimento”, secondo una consuetudine che sta diventando un classico per la società nerazzurra, ma che non può assolutamente metterla al riparo dall’accertamento dei fatti, che parlano da anni di comportamenti che definire antisportivi è oramai solo un eufemismo, ricadendo nella sfera dei reati penalmente perseguibili per legge. Ma non basta.
Tuttosport ha reso noto che nel documento di 35 pagine prodotto dagli avvocati Luisa Beretta e Silvia Trupiano, difensori dell’Inter, si registrerebbe la caduta di un mito. Giacinto Facchetti viene infatti indicato come il responsabile dell’azione di intelligence illegale ai danni di De Santis, senza averne avuto autorizzazione. All’epoca dei fatti (2002/2003) era vicepresidente dell’Inter con delega ai rapporti con le istituzioni sportive.
Perché Moratti e Facchetti avrebbero agito così? Per difendersi da Juventus e Milan? Come Moggi, che ha sempre detto per giustificare i suoi comportamenti che si difendeva dall’Inter? Come Galliani, anzi Meani, che poi è la stessa cosa, che secondo la requisitoria di Narducci a sua volta si difendeva con metodi illegali dall’organizzazione di Moggi?
Alcune intercettazioni trascurate ed emerse nell’aprile del 2010 tornano a sollevare interrogativi anche a carico del dirigente rossonero, oltre che del fido “preservativo”, come ebbe a definirlo Beccantini. Il Milan nel 2006 ha usufruito dell’escamotage di scaricare ogni colpa sul “responsabile degli arbitri” Meani, che rivestiva un ruolo esterno e a termine nella società, invece dalle nuove intercettazioni si evince che Galliani era al corrente di ciò che faceva e aveva rapporti diretti con Collina, arbitro in attività e desideroso di diventare designatore.
Questione che rimette l’accento, a rendere più complicata la situazione, ancora una volta sul conflitto di interesse della doppia carica di Galliani all’epoca dei fatti di calciopoli: Vicepresidente del Milan e Presidente di Lega. Ma quante cupole c’erano? Se c’erano. Chi ha oltrepassato i confini della lealtà sportiva? Chi intendeva solo proteggere i suoi interessi? Chi spiava? Chi aveva i mezzi per farlo? Le testimonianze non coincidono, Milan e Inter sono indiziate di comportamenti illeciti gravi, di reati che possono arrivare ad essere puniti con la radiazione definitiva. Si sarebbe dovuto verificare il coinvolgimento diretto della società nerazzurra nel fascicolo aperto dalla procura di Milano, richiesto invano fin quasi dall’inizio del processo dall’avvocato Gallinelli, legale di De Santis, per essere annesso agli atti, il quale ha anche presentato a Palazzi un’istanza per l'acquisizione da parte della FIGC.
Il processo di  Napoli ha dimostrato l’inconsistenza del castello accusatorio, chi ha basato le accuse su dicerie e sensazioni non è stato in grado di produrre prove a sostegno in tribunale. I pm Narducci e Capuano, caso più unico che raro, hanno portato avanti tre richieste di ricusazione della giudice Casoria, mentre il perito nominato dal tribunale ha ritardato fino all’ultima udienza dibattimentale i tempi di consegna della sua trascrizione delle intercettazioni consegnate dalle difese da mesi. Operazioni condotte con il rischio di far raggiungere al processo i tempi della prescrizione dei reati, che farebbe scendere per sempre il sipario sul processo, seppellendo la verità sotto un cumulo di menzogne e omissioni e mettendo a repentaglio quella che è l’esigenza primaria: la revisione del processo della giustizia sportiva del 2006.
I conti non tornano, in quella calda estate fu punita duramente soltanto la Juventus e si sorvolò su troppi misteri non risolti. Molti accusatori della prima ora ritengono oggi che il processo del 2006 deve essere ritenuto valido e si debba procedere solo contro coloro che allora furono graziati. Ma nel 2006 si fece un processo sommario e la posizione della Triade e della Juventus fu valutata rispetto al criterio stabilito dell’unicità dei rapporti di Luciano Moggi e Antonio Giraudo con i designatori arbitrali. I fatti, confessati nell’aula di un tribunale e ascoltati attraverso tutte le intercettazioni oggi a disposizione, parlano di un coinvolgimento di molte altre squadre, Inter e Milan soprattutto, ben più grave di quello contestato ai dirigenti bianconeri, per i quali fu costruito ad hoc l’illecito strutturato. Giova ricordare che essi ebbero rapporti con i designatori e che tali rapporti non erano proibiti. Sei comportamenti antisportivi, che contravvenivano l’art. 1, furono maldestramente sommati per creare un art. 6. Facchetti e Galliani coltivarono frequentazioni con arbitri in attività, incorrendo nella violazione dell’art. 6 del CGS, commettendo cioè illeciti sportivi. Il processo va rivisto in quest’ottica. A ciascuno il suo.
Perché un calcio che si pretende pulito non può avvalersi di un capro espiatorio, né di diversi pesi e diverse misure.
 
  IL NOSTRO SONDAGGIO
 
Dopo la Cassazione su Moggi, cosa dovrebbe fare ora la Juve?
 
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