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          L'ANGOLO DEL TIFOSO
Articolo di Prospero del 05/10/2023 11:07:10
VAR: Incompetenza o inadeguatezza dello strumento?
Il VAR fu richiesto a furor di popolo, invocato coma la manna dal cielo perché ritenuto strumento di vera giustizia, oggettiva ed inequivocabile, scevra da vizi e ricca di tutte le virtù.

Ecco, la tecnica ci poteva finalmente fornire la verità. Tutti ora potevano vederla. In tempo reale, la verità poteva apparire e diventare decisione giusta, in ogni vertenza arbitrale, con la fine dei dubbi e la cessazione dell’errore. Finalmente ecco il paradiso nel campo di gioco del pallone e con esso la fine di ogni inganno.

C’era tuttavia qualcuno (ad. es. l’ex calciatore della Juventus Massimo Mauro) che sul var espresse grandiosi dubbi già alla prima ora, ma non fu certo preso sul serio.

Ci furono poi pure quelli che pensarono che quello strumento poteva anche essere subdolo. E a pensare male degli altri, dissero, si fa peccato, ma spesso si indovina (citando un noto politico del passato).

Ora, dopo un utilizzo ormai consolidato e inveterato di quello strumento, un osservatore attento, neutrale e indipendente (che in Italia potrebbe arrivare solo dal pianeta Marte) potrebbe dire, senza tema ti smentita, in modo incontrovertibile, che il var appare inadeguato; perché incapace di fornire le informazioni alle quali è preposto, soprattutto incapace a fornirle in modo veritiero e corretto.

E se invece non si voglia ritenerlo inadeguato, sempre a giudizio dei medesimi osservatori indipendenti, allora occorrerebbe dire che è la sua gestione ad essere inadeguata o incompetente.

La gestione dello strumento potrebbe essere inadeguata o incompetente per svariati motivi; in primis: la scarsa conoscenza, da parte di chi ne fa uso, del regolamento sulla base del quale lo strumento pur si fonda (si pensi, ad esempio, al valore del giudicato di un giudice che conoscesse poco la legge o non sapesse interpretarla correttamente).

Lo strumento del VAR è certamente inadeguato quando non è in grado di dirimere le questioni ad esso sottoposte in modo obiettivo, sulla base di un giudizio sintetico a posteriori oggettivo e scevro da ogni parzialità, sia pur condizionato dalla posizione soggettiva del giudicante, per natura non immune da vizi ed errori. Per tale ragione il responsabile VAR è coordinato con quello dell’AVAR, entrambi ausiliari dell’arbitro in campo (che ove opportuno può rivedere le immagini e decidere).

È poi certamente inadeguato il VAR posto in essere in modo discrezionale (nei miei precedenti contributi, ho potuto mostrare in maniera inequivocabile il continuo uso discrezionale del VAR, con decisioni quasi sempre sfavorevoli alla Juventus); talché in due casi identici una volta intervenga e un’altra no, oppure, su medesime fattispecie giunga a conclusioni e giudizi opposti.
Quando il VAR è inadeguato, allora il suo utilizzo, lungi dal ripristinare la “verità” tanto attesa e declamata, è causa esso stesso di distorsione, non essendo in grado di verificare il corretto andamento dei fatti, con conseguenti confusione e polemiche.

Se, ad esempio, lo strumento è in grado di mostrare che il pallone non ha varcato la soglia della linea laterale (pur con una complicata ricostruzione di proiezioni ortogonali, scomodando il riposo di Euclide) e l’azione di gioco che ne segue, per effetto, venga giudicata corretta e valida; allora lo strumento è da ritenersi efficace e meritorio. A patto però che per ogni pallone che danzi sulle linee, in ogni partita, sia poi espresso il medesimo giudizio.

Ma se allo strumento VAR, nella valutazione del fuorigioco, per esempio, sfugge la posizione di uno o più giocatori in campo (valga per tutti il caso della partita della Salernitana con la Juventus, nella quale venne smarrito Candreva dalle telecamere preposte al controllo, o dai controllori forse) e venga poi giudicato irregolare il regolare eterno e se, altresì, contestualmente appaia che il fuorigioco contestato sia obiettivamente (cioè al di là di ogni ragionevole dubbio) ininfluente: allora lo strumento in questione non può essere ritenuto idoneo. Anzi, esso stesso così appare dannoso e terribile, perché cancella il meritato gol valido, con atto di somma ingiustizia (posto in essere proprio dallo strumento nato per fare giustizia), generando peraltro una falsificazione dei risultati in classifica.

Un altro esempio eclatante, sempre in tema di inadeguatezza dello strumento, è il fallo su Chiesa nella partita della Juventus con il Bologna. Il VAR rivede il fallo e lo liquida con un nulla di fatto, un banale spalla a spalla. Tuttavia, chiunque riguardando le immagini può vedere che non trattavasi affatto di uno scontro di gioco naturale, spalla a spalla, ma di una gomitata potente nella schiena del calciatore in area di rigore, con conseguente atterramento dell’attaccante. Dunque, lo strumento non è stato in grado di catturare addirittura l’evidenza: quella verità per cui è nato.

Un noto giocatore esperto come Beppe Bergomi, in occasione di quella giornata ebbe a dire queste parole: "Non capisco che differenza ci sia tra il rigore dato al Milan e il fallo non fischiato su Chiesa" (riferendosi al fallo in questione e alla partita del Milan in quella stessa giornata del campionato). Ecco dunque un caso nel quale lo strumento si mostra inadeguato: per azioni identiche, si riscontrano decisioni del VAR opposte, in spregio alla necessaria obiettività delle decisioni, coeteris paribus.

Anche poi la gestione maldestra ed inadeguata dello strumento porta al medesimo risultato negativo.
Si pensi, ad esempio, alla partita del Sassuolo con la Juventus nel corrente campionato. Un fallo eclatante di Berardi su Bremer con gamba tesa che colpisce in pieno la gamba del difendente viene giudicato dall’arbitro solo passibile di cartellino giallo. Ma il regolamento in questi casi parla molto chiaro e prevede il colore rosso del cartellino e non il giallo. Ma allora l’arbitro non può sbagliare? Certo, essendo umano. Per quello il Var interviene e lo fa necessariamente. Ma se lo fa, nel modo in cui lo ha fatto nella partita in questione, allora genera un errore sull’errore che suscita sconcerto.
Dopo molti minuti di attesa, e dopo che il responsabile VAR fa addirittura un commento spontaneo in prima battuta, nell’evidenza delle immagini e di fronte all’enormità dell’accaduto: "Orca boia, porca vacca! ", si giunge alla seguente incredibile conclusione dell’addetto VAR: "Striscia, è brutto ma striscia, io glielo confermo ti dico...perché comunque striscia anche se il punto di contatto è alto. Se ci fermiamo sul punto di contatto gli facciamo fare uno sbaglio ". E poi le parole dell'Avar: "Secondo me il punto di contatto è brutto ma in dinamica è giallo".

Ecco, nell’accanimento “terapeutico” si potrebbe dire, questi Signori perdono di vista il regolamento, il logos. Interpretano movimenti, li vedono e rivedono con ogni inquadratura, per dire alla fine: il fallo c’è, è brutto, è alto, colpisce in pieno la gamba del difendente, ha dunque tutti i crismi dell’azione violenta indicata dal regolamento, ma striscia. Il piede striscia sulla gamba, come una carezza, la sfiora, la saluta velocemente senza offesa in quel corpo a corpo disonorevole, in quel gesto violento e volgare, ma trattasi pur sempre di una carezza.

Dunque, il colore giallo è quello giusto. Chissà come abbia fatto l’arbitro ad aver visto bene, nell’attimo fugace, quella strisciata di cui pure egli mai aveva palato in campo. Egli pure l’aveva intuita quella carezza non gentile. Ora sono al sicuro capra e cavolo: pur di fronte all’evidenza, che si chiama verità, si nega l’innegabile e l’arbitro ora ha ragione, grazie al VAR. Ma se ha ragione il VAR, allora ha torto il regolamento. Tertium non datur. Il supervisore va oltre la stessa legge, la interpreta a modo suo.

Il designatore arbitrale commentando l’episodio (nel nuovo giochino delle voci del VAR) dice: "Questa situazione era molto particolare, per noi era da cartellino rosso. A livello procedurale viene fatto un ottimo percorso, cercano tutte le camere, noi valutiamo i Var non solo per la decisione presa, ma anche per altri parametri. Noi come arbitri dobbiamo però tutelare anche il pericolo che un giocatore crea - aggiunge - Chiaro che per noi era un rosso. Mi piaceva farlo ascoltare e capisco anche il lato umano del ragazzo che è sotto pressione. Cerca tutte le camere e a livello procedurale fa un buon lavoro. Però Fabbri la chiama strisciata, ma noi dobbiamo considerare l'intenzione e il rischio che il giocatore causa. La mia decisione da qua è rosso”.

Dunque, il capo degli arbitri, nella sua paternalistica e confusa analisi sta pur dicendo che sia l’arbitro in campo sia il VAR hanno sbagliato: perché si sono dimenticati del regolamento. L’errore del VAR è tuttavia molto più grave di quello dell’arbitro, perché si basa su un giudizio sintetico a posteriori (nel senso kantiano), dopo aver guardato e riguardato per svariati minuti le immagini, avvalendosi di tutta la tecnologia, e con la compresenza di più soggetti deputati a formulare quel giudizio ad ausilio dell’arbitro in campo.

Tale errore è tanto più grave, perché deriva da un uso inadeguato dello strumento, che in definitiva porta all’alterazione della decisione e, dunque, in ultima analisi, allo stesso possibile risultato della partita.
Anche le chiamate del fuorigioco da parte del VAR suscitano enormi dubbi, proprio in tema di gestione dello strumento.
Nella Regola 11 (pag. 85), il “Regolamento del gioco del calcio” espressamente recita che nel caso di "Un calciatore in posizione di fuorigioco nel momento in cui il pallone viene giocato o toccato da un suo compagno (...) per tale valutazione deve essere preso in considerazione il primo punto di contatto con il pallone giocato o toccato ". Nelle immagini dei replay in tv (a disposizione dei fruitori del servizio, coloro che pagano un abbonamento), se non si mostra con chiarezza tutto lo spettro dell’azione, in campo largo (quindi anche il momento dell’inizio dell’azione), chi vede la partita non ha riscontri e deve credere al VAR solo per fede. Ciò è tanto più sgradevole se il campo largo in alcune partite venga fatto vedere e in altre no.

Il presunto fuorigioco viene mostrato ai tifosi impazienti, per lo più con molto ritardo, quando dopo svariati tentativi ed errori il Var sistema il fotogramma e infine lo fa apparire: ora il fuorigioco è servito, sia pure magari di un decimo di millimetro. Ma non si mostra contestualmente il momento a quo dell’azione, cioè quello nel quale l’azione stessa ha chiara origine (il momento della partenza del pallone); così facendo, anche un secondo di ritardo nella modulazione ricostruttiva, porta quel decimo di millimetro a cancellare magari un gol bellissimo e forse regolarissimo.

Allora l’uso del VAR nel fuorigioco, così facendo, diviene uso soggettivo e non più oggettivo, come invece dovrebbe essere. Pertanto, lo strumento diventa così inadeguato e inaffidabile, portando inevitabilmente altresì a decisioni difformi per azioni identiche.

L’evidenza consolidata dimostra che oggi il VAR è spesso fonte di ingiustizia (basti riguardare le numerosissime lamentele delle società di calcio dopo ogni partita). Lungi dal porre rimedio ad errori, lo strumento decantato spesso ne commette di suoi, più grandi e rilevanti di quelli dell’arbitro. Ma l’arbitro ha sempre il beneficio della buona fede, almeno presunta. Per il VAR che esamina e riesamina, vede e rivede, si fa tanta fatica a presumere la buona fede. Soprattutto se l’ingiustizia è grande, reiterata ed in grado di creare alterazioni evidenti alla classifica finale.
 
 
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